04.07.2024 Jaime D’Alessandro

Città e territori dimenticati

disegno prospetto sfondo bianco

La densità. I salti in avanti nel digitale avvengono quasi sempre in sua presenza: grandi concentrazioni di dati, persone, mezzi, merci

Dunque, soprattutto nelle metropoli. In fondo torniamo all’idea di modernità ottocentesca di Charles Baudelaire legata alla città, dove regna «il transitorio, il fuggitivo, il contingente», contrapposto «all’eterno e l’immutabile» (“Il pittore della vita moderna”, 1863). Ma se c’è un termine che è stato bandito nell’era del digitale è proprio l’immutabile.

I colossi del web del divenire hanno fatto un mantra cercando di sfuggire alla loro più grande paura, quella di esser superati. Non è mai esistita un’epoca nella quale il futuro ha avuto un tale peso, ed è sempre un futuro in perpetua evoluzione con tempi frenetici come il ritmo delle metropoli. 

È diventato un elemento costante del presente, quel contemporaneo che è già nel passato, invadendo la quotidianità di miliardi di persone e trasformandosi in un meccanismo simbiotico. Che quest’atteggiamento funzioni è nei numeri. «Negli anni Settanta o Ottanta una trimestrale da incorniciare di una compagnia tecnologica della Silicon Valley era nell’ordine di un centinaio di milioni di dollari. Ora sono diventati miliardi, centinaia di miliardi», mi disse Federico Faggin, vicentino nato nel 1941, diventato grande in California e considerato tra i padri dei microchip. Si riferiva a quelle cinque grandi multinazionali, o feudi digitali come li chiama Bruce Sterling, che oggi amministrano buona parte del nostro tempo: Amazon, Google, Microsoft, Apple, Meta.

Tra chi dirige questi colossi il timore è il declino. Diventare un ex grande compagnia che, adagiata nel proprio successo, si è fatta lenta finché qualche giovane azienda più agile e sveglia non l’ha soppiantata. Basti pensare a Yahoo, spazzata via da Google o da Nokia, travolta dall’iPhone e dai suoi cugini sottovalutati a Helsinki fino all’ultimo.

L’antidoto sarebbe immaginare il futuro di continuo, anticiparlo, tentare di imporlo per non diventare irrilevanti. Immaginare il futuro in maniera permanente ha significato non solo perfezionare i servizi digitali che usiamo ogni giorno grazie a una raccolta di dati senza precedenti sulle nostre abitudini, ma anche passare alla ricerca pura, quella di base, che un tempo era appannaggio dell’accademia: meccanica quantistica, intelligenza artificiale, genetica, medicina, perfino l’urbanistica. È una delle contromisure per evitare un domani di essere soppiantati, avendo in mano i mattoni sui quali costruire le fondamenta di quel che diverrà fondamentale.

oggetto di plastica rotto

Torniamo alla densità. Non esiste intelligenza artificiale senza grandi quantità di dati sui quali addestrarla. In realtà non esiste il digitale tout court, o almeno la sua incarnazione attuale, senza i dati e la loro analisi. L’ultimo saggio di Kyle Chayka, giornalista del “New Yorker” ed esperto di tecnologia, lo spiega abbastanza bene. Il titolo, “Filterworld. Come gli algoritmi hanno appiattito la cultura” (Roi Edizioni, 2024), ricorda un testo che fece molto parlare di sé al tempo: “The filter bubble” di Eli Parisier, uscito in Italia nel 2012. 

Analizzava come colossi del calibro di Google, Facebook e Twitter avessero cominciato dal 2009 a raccogliere grosse quantità di informazioni sugli utenti della rete applicando filtri personalizzati per rispondere alle loro ricerche e registrando le reazioni emotive ai contenuti attraverso l’introduzione del pulsante like e del retweet. In quel momento, secondo Parisier, mentre noi continuavamo a scandagliare la rete, la rete ha iniziato a cercare in noi e darci una versione sempre più personalizzata del web. Fenomeno che si sta accentuando in maniera esponenziale con l’intelligenza artificiale generativa in grado di passare da una lista di contenuti scovati in rete a una sintesi degli stessi confezionati su misura con buona pace delle fonti. Kyle Chayka fa un passo più in là, tutto però da dimostrare: questo sistema starebbe omogeneizzando i gusti e appiattendo la cultura anche se apparentemente amplia la scelta tra milioni di brani, libri e migliaia di film e serie TV a disposizione.

Oltre a social network e motori di ricerca, ci sono poi le merci e le persone nel mondo fisico. Viene in mente la densità delle metropoli indiane, scelte per sperimentare nuove forme di logistica avanzata. Questo scenario è emerso durante un’intervista con Edgar Blanco all’inizio dell’estate del 2021. Classe 1971, originario di Bogotà e dunque colombiano, ex professore di matematica al Massachusetts Institute of Technology di Boston dove ha fondato il MIT Megacity Logistics Lab, in quel momento era a capo della divisione Worldwide Net Zero Carbon di Amazon dopo aver organizzato il sistema di spedizioni di Walmart, Oracle Retail, UPS e poi dello stesso colosso del commercio elettronico di Jeff Bezos. «La logistica è nata ed è strutturata per consegnare, mentre è molto meno efficiente nel prelevare», aveva spiegato. «Nei tre anni passati abbiamo aumentato il controllo nell’ultimo chilometro della consegna. Perché ci siamo resi conto che per un cliente inviare un oggetto, iniziando dai resi, è troppo faticoso rispetto al riceverlo». In concreto significa una rete di mezzi di trasporto piccoli e grandi, dalle biciclette elettriche ai furgoni e, domani, piccoli robot a guida autonoma, sempre sulle strade e che di continuo preleva e consegna. Un nuovo sistema circolatorio adatto alle metropoli che non solo distribuisce pacchi ordinati online, ma ha l’ambizione di prelevare e consegnare qualsiasi cosa: il pane del forno all’angolo, un capo di abbigliamento di un negozio in centro, una teglia di lasagne preparata da una nonna per il nipote, le chiavi di casa dimenticate da un coniuge. Le poste del futuro potrebbero avere questo volto: un sistema ottimizzato grazie agli algoritmi e in mano ai privati, offerto a prezzi di saldo a negozianti e cittadini. Analisi e densità di dati da una parte e dall’altra densità abitativa, oltre a convivere sono condizioni base per uno sviluppo del genere.

Ogni forma di innovazione, compresa l’intelligenza artificiale generativa, crea sempre una nuova forma di ignoranza. Qualcuno fatalmente resta indietro o si accorge tardi di quanto è accaduto. Così come ogni nuovo servizio ad alta tecnologia che sbarca in una metropoli per trasportare merci e persone finisce per aumentare il divario con la campagna. Campagna che sempre più ai margini, area interna anche se prima non lo era, o per dirla alla francese territorio dimenticato

E ciò al di là di quanto ha invece sostenuto l’architetto Rem Koolhaas nel saggio “Countryside. A Report”, frutto di una mostra al Guggenheim Museum di New York del 2021, dove narra delle potenzialità e del nuovo volto di quel 98% di territorio non occupato dalle città. Riscossa possibile per le campagne ma improbabile, vista l’assenza di densità che le rende poco interessanti per chi deve inanellare trimestrali record. Google e Meta, quando ancora si chiamava Facebook, avviarono dei progetti oltre dieci anni fa usando le immagini satellitari e l’analisi dell’intelligenza artificiale. L’idea era individuare le concentrazioni di abitazioni facendole scovare all’IA per poi trovare un sistema economicamente sostenibile di portare la connessione in quelle zone remote. Dopo qualche tempo, gettarono la spugna. Elon Musk, con la costellazione di satelliti Starlink, a partire dal 2018 ha cominciato a colmare quella lacuna ma questo non ha per ora significato una maggiore integrazione dei territori lasciati indietro.

Un altro tratto della modernità attuale, che non è contemporanea dato il suo essere così sbilanciata sul futuro, sta proprio nel costante tradimento del sogno di una società più equa. L’accessibilità universale alle informazioni, la missione iniziale dell’ultima Silicon Valley, non ha affatto portato i benefici sperati rivelando tutta la fragilità di quel progetto.