04.07.2024 Manuel Orazi

Un saggio di Rem Koolhaas

persona che scrive sul vetro bianco e nero

Quando Rem Koolhaas scriveva questo testo (“Typical Plan”, pubblicato in italiano nelle pagine che seguono) nel 1993, era impegnato nel masterplan di Euralille in un clima euforico per l’Unione europea perché era appena entrato in vigore il Trattato di Maastricht e il tunnel sotto la Manica stava per essere completato 

Anche per questo motivo Koolhaas era tornato a vivere in Europa dopo un lungo soggiorno di studi negli Stati Uniti, nella Nieuw Amsterdam fondata dagli olandesi e che dal 1625 è stata ribattezzata New York. Si era laureato a Londra alla metà degli anni Settanta, studiando in particolare Berlino e il suo muro – un fatto architettonico inusitato, altamente simbolico – per poi fondare l’OMA (Office for Metropolitan Architecture) e una disciplina nuova, il “manhattanismo” da cui nasce il suo primo libro, “Delirious New York. Un manifesto retroattivo per Manhattan” (Oxford University Press, New York 1978). La sua scienza e coscienza della metropoli era dunque completa quando scriveva “Typical Plan”, e proprio qui, in questo testo raccolto come tanti altri nel suo ipertesto ricco di neologismi “S,M,L,XL” (The Monacelli Press, New York 1995) troviamo la sua definizione di modernità che in fondo è in linea con quella di Baudelaire – un altro amante della metropoli – secondo il quale le esili basi del moderno sono costituite dal transitorio, dal fuggitivo, dal contingente. 

operai a lavoro su travi con carriole bianco e nero

È nella tipologia più diffusa a Manhattan, gli uffici plasmati dagli astratti furori dell’economia capitalista, che ne riscontra l’apoteosi sia della modernità sia di ciò che chiamiamo Occidente, qualunque cosa sia, a riprova ulteriore del fatto che il Novecento è stato soprattutto il secolo americano. Più di recente, in una raccolta ragionata di saggi, “Testi sulla (non più) città” (Quodlibet, Macerata 2021), Koolhaas ne ha offerto una definizione ancora più radicale: «La modernità è fondamentalmente qualcosa di effimero, non è mai stata pensata per durare nei secoli. 

L’architettura moderna è, nella migliore delle ipotesi, una sottilissima membrana che separa porzioni di uno spazio col fine di renderlo temporaneamente utile a un determinato scopo. L’estetica della modernità è una costellazione di sfumature, ognuna delle quali destinata a essere transitoria».

Typical Plan (di Rem Koolhaas)

Il Typical Plan è un’invenzione americana. È il grado zero dell’architettura, che viene spogliata di ogni traccia di unicità e specificità. Appartiene al Nuovo Mondo. La nozione di piano tipico è terapeutica; rappresenta la fine della storia dell’architettura, a sua volta null’altro che la feticizzazione isterica del piano atipico.

Il Typical Plan è un segmento di un’utopia sconosciuta, la promessa di un futuro post-architettonico. Come l’uomo senza qualità incombe sulla letteratura europea, il “piano senza qualità” è la grande missione dell’edilizia americana.

Dal tardo Ottocento sino ai primi anni Settanta del Novecento, intercorre un “secolo americano” in cui il Typical Plan viene sviluppato a partire dalle forme primitive del loft (ovvero la spietata creazione di spazio calpestabile tramite la mera moltiplicazione di un determinato sito), poi attraverso i primi capolavori di spazio uniforme come l’RCA Building (1933) – con le sue scale mobili, i suoi ascensori e la serenità quasi zen dei suoi uffici – fino alle vette provvisorie raggiunte con esempi quali l’Exxon Building (1971) e il World Trade Center (1972-73). Nel loro complesso, tali edifici costituiscono la prova della scoperta e della successiva padronanza di una nuova architettura (spesso annunciata ma mai realizzata sulla scala del Typical Plan).

Il Typical Plan ha l’ambizione di creare nuovi ambienti per uno svolgimento fluido dei processi moderni, in questo caso un’accoglienza ideale per il business. Ma che cosa è il business? Il programma all’apparenza più circoscritto è in realtà il più informe. Il business, infatti, non avanza specifiche richieste. Gli architetti del Typical Plan ne hanno compreso il segreto: l’edificio destinato agli uffici rappresenta il primo programma totalmente astratto, che non richiede una particolare architettura. La sua unica funzione consiste nel permettere ai suoi occupanti di esistere. Il business può invadere qualsiasi spazio architettonico. Da tale indeterminatezza il Typical Plan genera carattere.

foto bianco e nero persone fotografate anni 60

Raymond Hood, uno dei suoi inventori, ha definito il piano tipico con una prodezza tautologica: «Il piano è di primaria importanza, perché è sul pavimento che si svolgono tutte le attività degli occupanti umani». (Il Typical Plan fornisce le multi-piattaforme della democrazia del XX secolo).

Il Typical Plan è un’architettura del rettangolo; qualunque altra forma lo rende atipico, anche il quadrato. Si tratta del prodotto di un (nuovo) mondo dove gli spazi vengono realizzati, non trovati. Al suo meglio, esso acquisisce una neutralità platonica, rappresenta il punto in cui il pragmatismo, attraverso una razionalità e un’efficienza assolute, assume uno status quasi mistico.

Il Typical Plan è minimalismo per le masse; già latente nelle prime esplorazioni brutalmente utilitarie, alla fine dell’era del Typical Plan, vale a dire gli anni Sessanta del Novecento, il funzionale viene affinato come sensuale scienza del coordinamento – reticoli di colonne, moduli di facciate, controsoffitti, impianti di illuminazione, divisori, prese elettriche, pavimenti, arredi, schemi cromatici, griglie di climatizzazione – che trascende il pratico per emergere in una rarefatta sfera esistenziale di pura obiettività. Puoi solo essere nel Typical Plan, ma non ci puoi dormire, mangiare o fare l’amore.

Il Typical Plan è profondo. Si è evoluto oltre l’ingenua ipotesi umanistica secondo cui il contatto con l’esterno, la cosiddetta realtà, è una condizione necessaria per la felicità umana, per la sopravvivenza. (Se questo è vero, perché costruiamo? E a ogni modo, non sono ormai ben chiari gli svantaggi dell’esterno, deprivato di ozono, carico di carbonio e riscaldato a livello globale?)

L’aria condizionata, conditio sine qua non del Typical Plan, impone un regime di condivisione (dell’aria) che definisce comunità invisibili, segmenti omogenei di un collettivo aerodisperso allineato in totalità più potenti, come accade per le molecole di ferro che formano un campo magnetico. Eroicamente, il Typical Plan assicura un mondo ripulito dall’ego.

Il Typical Plan è occidentale. Non esiste alcun equivalente nelle altre culture. È esso stesso un simbolo di modernità. Nella sempre crescente dimensione che va dalla pelle al nucleo, il potenziale nascosto della profondità, esso proclama la superiorità dell’artificiale sul reale, che resta, lo si ammetta o no, il vero credo della civiltà occidentale, la fonte della sua attrattiva universale.

Il Typical Plan sa ciò che l’architettura europea non imparerà mai, vale a dire che il coordinamento è al massimo un fallimento rinviato, un arretramento temporaneo delle frontiere del caos.

Il Typical Plan è reticolato, non nel modo assoluto e maldestro del platonismo europeo (un sistema moralistico per misurare ciò che è disadattato e creare così infelicità) ma, al contrario, tramite lo sviluppo di dispositivi anti-ideologici: una metafisica del lasco che conferisce un’aura di nitidezza anche alle coesistenze geometriche più gravemente conflittuali, diffondendo l’apparenza di una conquista modulare dell’ortogonalità essenzialmente caotica che si riafferma partendo dalle certezze più compromesse.

Il Typical Plan è neutro, non anonimo. È un luogo di culto. Più austero di un monastero cistercense, esso accoglie masse infinitamente più grandi, una chiesa del XX secolo senza dottrina.

Benché l’enfasi dominante del Typical Plan sia posta sull’astrazione, le tubazioni sono ben presenti. Esso non nega le caratteristiche residue che rendono ancora animali gli umani. Ingegnose disposizioni architettoniche di labirinti miniaturizzati perfettamente comprensibili organizzano il traffico tra zone esaltate e impure del Typical Plan. Questi spazi – bagni, orinatoi, ripostigli, scale di servizio e banchine di carico e scarico – sono i santuari di tutti gli aspetti primitivi dalla cui esclusione dipende il corretto svolgimento del business.

Il Typical Plan sta alla popolazione degli uffici come la carta millimetrata sta a una curva matematica. La sua neutralità registra prestazioni, eventi, flussi, cambiamenti, accumuli, deduzioni, scomparse, mutazioni, fluttuazioni, insuccessi, oscillazioni e deformazioni. Il Typical Plan abilita e nobilita in modo inesorabile lo sfondo.

Il Typical Plan implica la ripetizione – è l’n-simo piano: affinché sia tipico, devono esservene molti – e l’indeterminatezza: per essere tipico, deve essere sufficientemente indefinito. Esso presuppone la presenza di molti altri piani, ma allo stesso tempo suggerisce che il loro numero esatto non abbia alcuna importanza.

Typical Plan x n = un edificio (a stento una ragione per studiare architettura!): piani collegati da ascensori dalla scorrevolezza incomprensibile, dove ogni discreto “ding” di arrivo è parte di una somma senza fine. Il Typical Plan minaccia il mito dell’architetto come demiurgo, fonte di illimitate forniture di unicità.

Come sulla scena di un crimine, la rimozione di tutti i segni evidenti di chi lo ha perpetrato caratterizza il vero piano tipico; i suoi autori formano un’avanguardia di architetti cancellatori. I suoi designer poco celebrati – Bunshaft, Harrison e Abramovitz, Emery Roth – rappresentano azioni evanescenti di tale successo da essere ormai del tutto dimenticati. Questi architetti sono riusciti a creare parchi giochi aleatori (Campi Elisi interni accessibili nel corso della vita di chiunque), vale a dire la perfezione su larga scala – migliaia di miliardi di acri divenuti letteralmente inimmaginabili venticinque anni dopo.

Saldamente radicato nel campo del filisteismo, il Typical Plan ha in realtà celato le affinità con altre arti: il posizionamento dei suoi nuclei sul pavimento è pervaso da una tensione suprematista; è l’equivalente della musica atonale, della serialità, della poesia concreta, dell’Art Brut; è architettura come mantra.

Il Typical Plan è il più vuoto possibile: un pavimento, un nucleo, un perimetro e un minimum di colonne. Tutta l’altra architettura è incentrata sull’inclusione e l’accoglienza, sull’avvenimento e l’evento; il Typical Plan è una questione di esclusione, evacuazione e non-evento.

L’architettura è mostruosa nel modo in cui ogni singola scelta conduce alla riduzione del possibile. Essa implica un regime di decisioni mutuamente esclusive, spesso claustrofobiche anche per l’architetto. Tutta l’altra architettura pregiudica il futuro; non compiendo alcuna scelta, il Typical Plan lo pospone, lo tiene aperto per sempre.

Paradossalmente, l’effetto cumulativo di tutto questo vuoto, di questa sistematica assenza di impegno, è una densità. Il tipico centro cittadino americano è un’accumulazione bruta di Typical Plan, un massiccio di indeterminazione, un vuoto come nucleo.

È possibile che l’edificio per uffici sia la tipologia più radicale? Una sorta di tipo inverso, definito da tutte le qualità che non possiede? In quanto principale nuovo programma dell’età moderna, il suo effetto è di deprogrammazione. Il Typical Plan è la mutazione iniziale di una sequenza che ha rivoluzionato la condizione urbana. Le concentrazioni di Typical Plan hanno prodotto il grattacielo, monolite instabile, gli accumuli di grattaceli, unica “nuova” condizione urbana, il centro cittadino definito dalla pura quantità invece che come una specifica configurazione formale. Il centro non è più unico, ma universale; non più un luogo, ma una condizione. Praticamente immune alle variazioni locali, il Typical Plan ha reso la città un oggetto irriconoscibile e non identificabile. Il Typical Plan è un salto di qualità che provoca un salto concettuale: un’assenza di contenuto in quantità che sopraffanno, o semplicemente impediscono, la speculazione intellettuale.

Quale insicurezza ha scatenato la crisi del Typical Plan? Dov’è iniziata la decadenza? È stata la sua stessa apoteosi a trasformare la neutralità in anonimato? Il piano senza qualità ha forse generato persone senza qualità? Lo spazio del Typical Plan è stato l’incubatrice dell’uomo in completo di flanella grigio? Il grafico ha improvvisamente incolpato la carta millimetrata per la sua mancanza di carattere.

È come se il Typical Plan avesse creato la caricatura dell’impiegato castrato, soppresso le foto di famiglia, disapprovato le felci, opposto resistenza alle macerie personali che oggi, a venti anni di distanza, fanno della maggior parte degli uffici uno spettrale deposito di trofei individuali, stipati delle allarmanti rivendicazioni di milioni di mini-ecologie individuali.

Un ambiente che non richiedeva nulla e dava tutto è stato visto improvvisamente come una macchina infernale di spoliazione dell’identità. Nella competizione con la sociologia di base, Nietzsche ha perso.

In Europa non vi è alcun Typical Plan. Negli anni Venti, gli architetti europei fantasticavano sugli uffici. Nel 1921, Mies immaginò il piano atipico definitivo nella Friedrichstrasse; nel 1929, Ivan Leonidov propose per Mosca il primo edificio per uffici lineare, una Casa dell’industria. I suoi rettangoli erano concepiti come Typical Plan socialisti: una zona parallela reintroduceva tutto l’armamentario della vita quotidiana – piscine, lettini per l’abbronzatura, sistemazioni simili a club e piccoli dormitori – per creare un ciclo compresso di 24 ore non di lavoro per la vita, ma di vita per il lavoro.

Nel 1970, Archizoom interpretò il Typical Plan come lo stato terminale della civiltà (occidentale), un’utopia della norma. Da quel momento l’unico soggetto architettonico davvero nuovo introdotto in questo secolo è stato denigrato senza posa in nome dell’ideologia, definendo “schiavi” i suoi occupanti, “impersonale” il suo ambiente e “brutti” i suoi accumuli. L’Europa ha sofferto di una catastrofica incapacità di accogliere – di “pensare” – l’unica tipologia la cui ascesa è stata irresistibile sotto il profilo architettonico e urbanistico.

Il Typical Plan è stato spinto a forza nella clandestinità e condannato allo stato di parassita che divorava fette sempre più grandi di sostanza storica invadendo interi centri – o esiliato in periferia.

Per gli uffici, l’Europa moltiplica uno schema noto fin dal Rinascimento, vale a dire un corridoio con stanze su entrambi i lati. (Esiste una correlazione tra il risaputo assenteismo della popolazione degli uffici dell’Europa occidentale e la sua vacca sacra, la cella privata?)

L’ufficio europeo è sottile quanto la sua più storica sostanza. All’europeo occorrono aria e luce del giorno, benché una semplice estrapolazione dei metri quadri coinvolti riveli che tale esigenza è destinata a distruggere proprio la scenografia che lo rassicura del suo stato storico.

Mentre l’ufficio americano riunisce una massa critica, quello europeo la disperde, semplicemente perché si presume che ciò che accade in ufficio sia “cattivo”; la nostra cattiveria ci piace, ma a piccole dosi.

C’è qualcosa di quasi folle e masochistico nella quantità di sostanza assolutamente scadente generata nel Vecchio Mondo, anche in nome dell’identità.

La Banca Morgan è un tentativo di Typical Plan in Europa. È un edifico a loft, un blocco di Typical Plan. Essendo progettato ad Amsterdam e all’interno del famoso ampliamento di Berlage, una fragile composizione di assi, coerenze, coordinamenti e controlli, esso è soggetto a un minimo di adattamenti per svolgere determinati compiti urbanistici: un angolo negativo tra due alte pareti definisce un importante piazza Berlage e l’entrata – una fenditura che comunica il meno possibile con l’interno; un patio sul tetto consolida il programma “non di ufficio”: caffè, sale riunioni e così via. Per il resto l’edificio è semplicemente spazio astratto per uffici, con dimensioni scelte per consentire il massimo di permutazioni, introducendo in Olanda una profondità insolita (e in ultima analisi male accetta). Il pavimento rialzato distribuisce condizioni di servizio omogenee sull’intera superficie. Le colonne creano interferenze ridotte al minimo. L’unico “elemento caratteristico” è una scala di vetro che collega tutti i piani. Poiché il progetto si trova in Europa, gli è stato imposto un limite di altezza. Il rapporto tipico/atipico è esso stesso atipico: una tipica suddivisione europea cinquanta/cinquanta.

1993